martedì 15 dicembre 2015

Capitolo uno - Come What May

Tic-tac…tic-tac. L’orologio a pendolo della sala da pranzo batteva le ore nel suo solito modo monotono e preciso. Era lì alla mia nascita e c’era anche in quel momento, nel giorno in cui compii diciotto anni.
Nell’attimo esatto in cui aprii gli occhi, trovai tutta la famiglia ai piedi del mio letto che sorrideva felice.
Ora ci sono due cose da puntualizzare:
1  1)  Il compleanno era il mio e crescere mi sembrava più una tragedia che un divertimento.
)      2) Perché diamine sorridete alle 7 del mattino? Dico: Ma siete pazzi?

Chiudendo questa piccola parentesi, in cui avrete capito da soli che la mia famiglia era fuori di testa, vi dico che senza neanche farmi capire cosa stesse succedendo mi infilarono a forza nel vestito della festa che mai avrei messo volontariamente: un orrendo abito verde, così lungo da pulire con la “coda”  il pavimento, che era appartenuto a mia nonna tantissimi decenni prima.
In una famiglia come la mia, senza molti mezzi economici, avremmo festeggiato tra noi, con poco cibo e molte risate, e anche se odiavo stare al centro dell’attenzione, sapevo che mi sarei divertita … alla fine.
Il primo regalo arrivò in fretta: un cuscino con su ricamato con il cotone arancione il mio nome: Talya.
Il mittente era la mia sorellina Roley di sei anni, con la sua scrittura teneramente irregolare. Seguì poco dopo un set da cucito, da parte di mia madre Mona, lei si che aveva gusto.
Da quando avevo quattordici anni l’aiutavo nelle commissioni tessili che le affidavano le famiglie ricche. Era una sarta bravissima e da lei, oltre agli occhi color del freddo oceano, avevo ereditato l’amore per le stoffe e i tessuti colorati.
Da mio padre avevo invece preso i capelli castani che avrei barattato volentieri per il suo altruismo e la sua generosità. Quando arrivò all’ora di pranzo, dopo un’ intera mattinata di lavoro, mi portò come regalo una barretta di cioccolato tutta per me; avrei dovuto dividerla come avrebbe fatto lui, ma se avevo un vizio era proprio quello del cioccolato.
La mia famiglia non poteva permettersi di comprarlo sempre o in grandi dosi, quindi ognuno di noi ne riceveva una barretta personale al proprio compleanno ed un pezzo nel giorno di Natale da dividere con gli altri. Mio padre diceva sempre che il cioccolato allevia le sofferenze e quando la mattina del venticinque dicembre arrivava con quella leccornia tra le mani, la felicità prendeva possesso dei nostri occhi e del nostro cuore.
Aveva un modo tutto suo di dividerlo, una specie di pratica studiata probabilmente per giorni interi.
Due quadratini alla nonna e al nonno, che per via della vecchiaia non avrebbero goduto a lungo di quella bontà. Un quadratino a me e uno alla piccola Roley. Un quadratino alla mamma che dopo un anno di sacrifici veniva premiata. Mezzo quadratino al gatto e mezzo al cane , in modo da non farli azzuffare almeno per quel giorno.
E per lui?
Per lui non teneva mai niente, amava piuttosto farci sorridere. Solo così riusciva a sentirsi l’uomo più felice del mondo.

-    - Talya! – mia madre gridò il mio nome e indicò con il mestolo a mezz’aria un ragazzo fermo al centro della stanza, con un sorriso così luminoso da stonare con la divisa da aviatore che indossava con orgoglio.
Tutto sembrava essersi fermato … tutto tranne noi due.
Gli corsi incontro trattenendo il respiro, travolgendo tutto ciò che divideva me da quello che era il mio migliore amico , nonché fratello acquisito , Evan, finché non fui tra le sue braccia.
-      Taly ed   Ev.
Il mondo riprese improvvisamente a funzionare, e presto anche gli altri membri della mia famiglia lo circondarono in un unico grande abbraccio.
Evan era stato adottato dalla mia famiglia quando io avevo tre anni circa e lui cinque. Mia madre dopo la mia nascita scoprì di non poter più avere figli, ma il suo amore verso il prossimo era troppo grande per essere sprecato quindi iniziò ad aiutare coloro che non avevano famiglia. Roley fu adottata all’età di sette mesi; sua madre aveva già otto figli da accudire, così bussò una notte alla nostra porta lasciandola fuori nell’oscurità. Io ed Evan scendemmo le scale pieni di sonno , credendo che fosse Babbo Natale che non era riuscito a scendere dal camino e invece ci trovammo una cosina infagottata e tremante. Evan era stato adottato invece molto anni prima, i suoi veri genitori nonché nostri vicini, che amavano quel piccolo più di ogni altra cosa al mondo , furono vittime di un terribile incendio , così Evan, fu accolto nella nostra famiglia a braccia aperte.
Evan non è mai stato un peso per nessuno, aveva sempre fatto il suo dovere con diligenza e forza di volontà e al compimento dei diciotto anni era entrato nell’esercito della nostra Inghilterra diventando così la nostra maggiore fonte di reddito; l’unica nota negativa era che spesso mancava da casa per mesi.
-    - Ho un regalo per te. – disse , cercando di muoversi. – Se ti scolli magari riesco a prendertelo.
Mio padre rise e tutti ci spostammo per farlo respirare un momento.
Tolse lo zaino che aveva sulle spalle e dopo aver scavato tra le sue cose per qualche momento , tirò fuori una scatolina marrone un po' malandata.
-          - Buon compleanno!
Gli sorrisi e  presi la scatola, chiusa alla bel e meglio con un nastro dorato.
Lo sciolsi delicatamente mentre tutta la famiglia aspettava di conoscere il contenuto di quel pacchetto.
-   - Allora? Su aprilo altrimenti arriviamo al mio compleanno senza concludere niente. - sbuffó Roley saltando in piedi sulla sua sedia.
Risi e dopo averlo guardato per qualche secondo pensai di non voler conoscere subito il suo contenuto.
-     - Forse è meglio aprirlo dopo ... da sola. - dissi infilando il pacchetto in un cassetto.- Ora mangiamo che la zuppa si fredda. Dopo magari dividiamo la cioccolata. - continuai cercando di distrarre tutti.
Mio padre annuì e fece cenno , dopo aver preso una sedia per Evan, di mangiare.
Mangiammo in silenzio, come al solito e dividemmo la cioccolata subito dopo. Evan che era allergico ci guardò come sempre con aria a metà tra il disperato e il divertito. Cantammo e giocammo tutto il giorno e anche se ero diventata grande nulla era cambiato.

Io ero io , e tutto il mondo fuori.

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